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PERSONAGGI DELL'AMERICA LATINA

Rigoberta
Gerardi
Romero
Ruiz
Frei Betto
Camara
Balduino
Casaldàliga

RIGOBERTA MENCHÙ TUM

Rigoberta Menchù, Premio Nobel per la Pace 1992, è nata nel 1952 in Guatemala, in un' aldea (villaggio) di nome Chimel, nel municipio di S.Miguel de Uspatan nella regione del Quichè. La sua grande attività in favore del popolo Guatemalteco ha inizio quando suo padre Vincente, insieme al figlio e ad altri compagni, occupano pacificamente l' ambasciata di Spagna a Città del Guatemala per richiamare l'attenzione internazionale sull' arbitraria espropriazione delle terre ai contadini e sull' oppressione che il Governo esercitava sulla popolazione indigena. Nell'assalto che ne seguì, da parte delle truppe militari guatemalteche, Vincente muore nel tragico incendio dell' ambasciata che ne seguì. Era il 31 gennaio 1980. Nella durissima repressione degli anni successivi, riesce a sfuggire alle persecuzioni dei militari, nascondendosi anche sotto falso nome. Nonostante la perdita di tanti membri della sua famiglia e di tanti altri conoscenti della sua etnia, continua la sua lotta e la sua protesta, perché come lei stessa dirà: "nella mia vicenda personale è racchiusa la condizione di tutto un popolo". Instancabile percorre le strade della terra perché il suo paese come tutti quelli che hanno simili conflitti possano giungere a una pacificazione e a una vera giustizia. Per questi motivi le viene riconosciuto il Nobel per la pace, come meritato premio per la sua opera di pace che dal piccolo Guatemala si era estesa a tanti altri popoli in lotta.
Già nel 1982 la sua storia e la sua testimonianza erano state raccolte da una sociologa, Elisabeth Burgos, nel libro: "Mi chiamo Rigoberta Menchu", che edito nel 1983 ebbe subito un successo internazionale. Le parole della giovane contadina Guatemalteca diverranno la storia della sua vita e del suo popolo, perché a storia della sua vita è stata anche la storia di un popolo, quello indigeno del Guatemala, ingiustamente calpestato.

Pubblicazioni:

La bambina di Chimel
Menchù Rigoberta; Liano Dante ; Sperling & Kupfer -2000

Rigoberta, i maya e il mondo
Menchù Rigoberta ; Giunti (Gruppo Editoriale) -1997

Mi chiamo Rigoberta Menchù
Burgos Elisabeth ; Giunti (Gruppo Editoriale)

 

Juan Gerardi
I nonni di Gerardi erano italiani, «venduti» nel 1871 dal capitano della nave al dittatore del Guatemala J.R.Barrios, e dovettero fare i contadini per vivere. Juan nacque a Città del Guatemala il 27 dicembre 1922, entrando a far parte di quella popolazione Guatemalteca che non ha mai smesso di soffrire per le ingiustizie di coloro che si ritengono i forti. Ordinato sacerdote svolse con diligenza la sua missione di uomo di Dio in mezzo ai più poveri e deboli. Così fu consacrato vescovo di Cobàn (Altaverapaz-Guatemala) nel 1967, nel 1974 lo troviamo pastore della etnia maya Quiché, in S. Cruz. La sua protesta all'oppessione messa in atto dal Governo Guatemalteco è forte e dura:
«Il continente Latinoamericamo è il continente della speranza, è il continente dove vive il maggior numero di cattolici, è il continente che ha moltissime cose buone, ma è anche, senza dubbio, il continente dell'ingiustizia, della oppressione, della dominazione… L'Americalatina è un continente di ingiustizia perché la povertà non è una povertà voluta da Dio; non è la povertà di cui parla Gesù: "i poveri li avrete sempre con voi", perché la povertà di cui la gente soffre è una povertà voluta e indotta, frutto dell'ingiustizia. È una povertà effetto della impunità e della corruzione».
Il Governo lo ripaga coll'esilio, per due anni dal 1980 all'82 è costretto a vivere nei paesi limitrofi.

L'8 maggio 1990 quando, l'Arcivescovo di Guatemala, Mons. P. Penados del Barrios decise di istituire un «Ufficio di Servizio Sociale dell'Arcidiocesi del Guatemala» (OSSAG), con lo scopo di difendere e promuovere i diritti umani, avviare lo sviluppo sia economico che sociale dei centri più poveri, assistere i profughi e i perseguitati a causa della guerra civile che imperversava da alcuni decenni. Infatti per l'uccisione di sacerdoti, studenti, cittadini, catechisti, politici, e uomini e donne in genere, da parte dell'esercito e delle forze paramilitari colluse con i capi più alti dello Stato, la Chiesa era divenuta punto di riferimento in difesa delle vittime e voce della giustizia.
A capo di tale Istituzione, in qualità di Coordinatore Generale, fu nominato J. Gerardi. Sotto la sua guida fu deciso di rendere pubblici i nomi delle vittime e con esse le violazioni di ogni giustizia da parte dei capi politici e militari, di denunciare tutti coloro che avevano abusato della loro posizione politica per operare impunemente come criminali, e infine di rivelare tutte le azioni delittuose. Più di 700 volontari, per lo più contadini e indigeni, raccolsero in tutto il paese migliaia di testimonianze sui fatti di violenza, i nomi delle vittime e dei carnefici. Questo perché l'accordo stipulato tra Governo e Guerriglia nel 1994 per una ridefinizione globale dei diritti umani non fu rispettato. Tuttavia la costituita Commissione per il chiarimento delle violazioni dei diritti, dietro la spinta di Gerardi, prese a lavorare, con la presentazione il 24 aprile 1995 di un progetto interdiocesano chiamato «Recupero della memoria storica» (REMHI). La Commissione andò avanti anche dopo la ratificata firma di pace tra Governo e guerriglia in data 29 dicembre 1996, perché una pace vera fosse stabilita. Così dopo tre anni di intense e circostanziate ricerche, furono ascoltati 6.500 testimoni che parlarono di 55.000 vittime, con nomi e cognomi dei loro aguzzini, il 24 aprile 1998 Mons. Gerardi presentava nella Cattedrale di Città del Guatemala il rapporto finale di quello scritto che va col nome: Guatemala nunca màs.
La domenica del 26 aprile 1998, alle ore dieci della sera, Mons. Gerardi veniva ucciso a colpi di pietra nel garage della sua abitazione. «Colpirono il suo cervello e il suo volto: come volessero uccidere la sua intelligenza, le sue idee, le sue visioni…Gli distrussero la faccia, le narici, la bocca con la quale annunciò per tanti anni la parola di Dio, la pace e la riconciliazione». Nonostante l'impegno dell'ONU per fare chiarezza sull'omicidio, all'oggi ancora nulla di certo è stato rivelato.
Oscar Arnulfo Romero

Oscar aprì gli occhi alla luce di questo mondo il 15 agosto 1917 a Ciudad Barrios, nel Salvador, in una famiglia di semplici persone. Il padre era impiegato presso il locale ufficio postale. Ancora giovinetto assistendo a una ordinazione sacerdotale sentì il desiderio di essere anche lui un servo di Dio. Entrò nel seminario locale di S.Miguel e nel 1937 fu inviato a Roma per terminare gli studi sacerdotali presso l'Università Gregoriana. Venne infatti ordinato sacerdote proprio a Roma il 4 aprile 1942, in piena guerra mondiale, che fu poi la causa del suo frettoloso rientro in Salvador senza poter terminare il dottorato. Dopo più di venti anni di apostolato parrocchiale il 25 aprile 1970 fu consacrato vescovo ausiliare di San Salvador.
La formazione tradizionalista di Romero e il suo carattere timido e chiuso gli crearono molte difficoltà in quei primi anni di incarico episcopale: le novità del Concilio Vaticano II e la scelta radicale per i poveri fatta dalla chiesa latino-americana a Medellin lo travolsero con la loro forza evangelizzatrice. Ebbe difficoltà ad entrarvi mentalmente, e per questo, quando il 15 ottobre 1974 fu nominato vescovo della diocesi di Santiago de Maria, la sua azione pastorale all'inizio fu dimessa, timorosa e molto prudente.
Intanto il Salvador si andava sempre più infiammando di contrasti e di quella querra civile che lo devastò per molti anni. Oltre alle ingiustizie economiche e sociali, il popolo salvadoregno dovette soffrire per la violenza delle armi, dell'odio, delle divisioni. Il Governo e i militari ritennero sovversive le nuove esperienze promosse dalla chiesa in sintonia con Medéllin, per cui anche molti religiosi e semplici fedeli cominciarono a cadere sotto i colpi dei militari.

Un episodio clamoroso fu, nel giugno 1975, il massacro di decine di contadini che tornavano da una liturgia. Romero tenne una posizione prudente, perché essendo amico del Presidente A.A. Molina, non pensava che dietro a tutto ciò vi fosse anche il Governo. Ma intanto la voce di Dio cominciò a parlargli da quei poveri morti.
Alla Capitale, S.Salvador, l'Arcivescovo Chevez e l'ausiliare Rivera subivano una campagna diffamatoria, e molti sacerdoti furono imprigionati e esiliati, con l'accusa di comunismo. Così quando Chevez lasciò l'incarico di Arcivescovo, tutti pensavano che il Vaticano avrebbe nominato successore Rivera, ma il secolare non volersi compromettere del Vaticano diresse la scelta su Romero. Il 22 febbraio 1977 Romero iniziava il suo mandato come Arcivescovo di S.Salvador. Pensando di avere in Romero una persona manovrabile i capi decisero di eliminare un sacerdote molto attivo: il 12 marzo 1977 fu ucciso P. Rutilio Grande. L'episodio cambiò radicalmente il cuore di Romero. Da quel momento divenne un implacabile protettore della dignità dei suoi fedeli: la sua voce, «voce di coloro che non potevano reclamare diritti e giustizia», cominciò a tuonare imparziale contro ogni violenza, contro ogni ingiustizia, contro ogni oppressione. Le sue accuse furono sempre più chiare ed esplicite nei confronti di coloro che opprimevano i poveri, derubavano i lavoratori, uccidevano per sete di potere e di denaro. L'odio verso il Vescovo divenne viscerale tra i settori politici e militari. Cominciarono ad essere eliminati i collaboratori più diretti: sei sacerdoti vennero uccisi in pochi mesi, preludio al sacrificio del loro Pastore. Gli attentati alla sua vita, insieme a continue minacce, iniziarono a susseguirsi. Nell'omelia della domenica del 23 marzo 1980, Romero ordinò in nome di Dio che cessasse la repressione, condannando così indirettamente i capi politici. Fu invece la sua condanna: il giorno dopo, 24 marzo 1980, verso le 18:30, mentre si apprestava a dare la benedizione di fine messa, fu ucciso nella cappella dell'ospedale. Il suo popolo, che ebbe in lui uno strenuo difensore, lo venera come martire, primo martire di una schiera di martiri che hanno testimoniato col sangue la loro fedeltà a Dio e agli uomini nel territorio salvadoregno.
Pubblicazioni:

Dio ha la sua ora
Romero Oscar A. ; Borla -1994

Diario (1978-1980)
Romero Oscar A. ; La Meridiana (Molfetta) -1995

Samuel Ruiz Garcia

Don Samuel, o Tatic (=papà), come lo chiamano gli indigeni chiapanechi, nacque a Irupuato, nello Stato messicano di Guanajuato, il 3 novembre 1924. Da piccolo entrò nel seminario di Leòn, finché, nel 1947, fu inviato a terminare gli studi teologici a Roma, presso l'Università Gregoriana. Il 2 aprile 1949 fu ordinato sacerdote, ma rimase a Roma fino al 1952, specializzandosi in Sacra Scrittura, quindi fece ritorno in Messico come insegnante e rettore del seminario di Leòn. Le sue doti umane dovevano essere ben visibili, perché Papa Giovanni XXIII, a soli 35 anni, lo nominò vescovo del Chiapas e il 25 gennaio 1960 fu consacrato vescovo nella cattedrale di S.Cristòbal de las Casas.
La prima cosa che colpì Ruiz fu lo stato di povertà, di emarginazione, di abbandono umano della popolazione indigena: fu come trovarsi in pieno medioevo. I pochi latifondisti e i pochi ricchi di quella vasta zona, si comportavano come fossero i padroni non solo delle terre, ma anche delle persone, in particolare degli indios, che non avevano neppure coscienza della loro dignità umana, dominati com'erano dal potere dei «signori». L'opera pastorale di Ruiz ebbe come primo scopo quello di emancipare la popolazione indigena, di darle dignità e valore umano per lo meno all'interno della chiesa. In tal senso orientò la struttura ecclesiale, secondo le direttive del Concilio vaticano II, al quale partecipava, e di Medellin. Gli indios ebbero spazio e compiti all'interno della diocesi di S.Cristobal, ebbero educazione e formazione cristiana e sociale, cominciarono ad essere sacerdoti, diaconi, catechisti. Durante la liturgia in chiesa non occuparono più gli ultimi posti, quelli degli schiavi, ma quelli che il loro incarico ecclesiale competeva. In pochi decenni Ruiz portò i suoi fedeli, il suo gregge, da una massa anonima a una comunità consapevole del proprio ruolo attivo nella testimonianza di fede: da "oggetti" passivi di indottrinamento fedeistico, passarono a "soggetti" coscienti della propria fede. Non era forse nella sede di Bartolomeo de las Casas, primo difensore degli indios, e non ne doveva forse seguire le orme?

Il cambiamento troppo grande non passò inosservato, e si attirò le ire non solo dei politici del luogo, ma anche di quelli del Governo centrale, infatti la rivoluzione portata in seno alla chiesa, non poteva non avere ripercussioni sociali e politiche, e non solo messicane bensì per tutta l'America Latina che viveva gli stessi problemi. Da qui gli attacchi continui per decenni contro questo Vescovo «comunista». Anche il Vaticano tentò di arginare questa profetica innovazione ecclesiastica, mettendogli a fianco un giovane vescovo che ridimensionasse le sue aperture ecclesiali. Il 4 novembre 1995, P. Raul Vera Lopez, domenicano, fu nominato Coadiutore con diritto di successione in quella sede Vescovile. Ma dopo aver visto la situazione, la sempre più crescente violenza militare e paramilitare contro quelle povere popolazioni, e infine aver vissuto la strage (45 morti) dentro la chiesa di Acteal, il 22 dicembre 1997, il nuovo Vescovo non potè non sposare la causa di Ruiz. Così ora ben due vescovi si prodigavano perché la comunità ecclesiale di S.Cristòbal diventasse sempre più adulta nella fede e sempre più consapevole del ruolo profetico che, all'interno di tutta la chiesa cattolica, avrebbe esercitato come modello di vita cristiana.
Ma non sempre le vie del Vaticano sono le vie di Dio, per questo negli ultimi giorni del millennio, nel dicembre 1999, essi furono sostituiti, ma la loro opera rimane in una comunità ecclesiale di rara spiritualità, di grande partecipazione, di grande fervore missionario. Per gli indigeni Ruiz rimane il loro Tatic, il padre che li ha generati nel diritto e nella dignità, portandoli ad essere e a sentirsi anch'essi parte dell'umanità tutta.
Pubblicazioni:
Giustizia e pace si baceranno
Ruiz Samuel ; Lavoro -1997
Frei Betto

Carlo Alberto Libanio Christo, conosciuto da tutti come Frei Betto (diminutivo di Alberto), nasce a Belo Horizonte, in Brasile,nel 1944. Ancora giovane studente delle scuole superiori, è subito uno dei leader del movimento studentesco in aperte proteste per la giustizia sociale. Milita nelle file della Gioventu' Studentesca Cattolica, della quale diventa un dirigente nazionale.
Pochi mesi dopo il colpo di stato in Brasile, nel 1965 entra nell'ordine Domenicano mentre nella chiesa brasiliana, schierata con i diseredati, si diffonde la teologia della liberazione e l'idea che in una realtà segnata dalla miseria e dall'ingiustizia, l'insegnamento religioso non può che essere legato all'impegno sociale. Frei Betto, con altri confratelli domenicani, non solo si oppone alla dittatura militare, ma avvia una riflessione su tale e tali situazioni che pervadono tutta l'America.
Arrestato nel 1969 per attività giudicata sovversiva dal Governo brasiliano viene incarcerato insieme ad altri frati Domenicani per la loro resistenza e avversità al regime militare brasiliano. Rimane in carcere per quattro anni. Frei Betto riprese poi il suo posto - come cattolico, teologo (della liberazione), scrittore, uomo e prete sempre al fianco dei più deboli e degli esclusi. E' vissuto nelle favelas tra gli operai della perifaria industriale di San Paolo ed accanto ai ragazzi di strada. Ha creato e segue una comunità di base. Oltre a mantenere sempre viva la sua attività di scrittore e giornalista.
E' considerato oggi una delle personalità di primo piano della Chiesa latino-americana e della teologia della liberazione, ma soprattutto è conosciuto e apprezzato per il suo continuo impegno nella proclamazione dei diritti umani contro tutte quelle forze che sempre vorrebbero mettere a tacere il valore di ogni uomo e della sua dignità.

Helder Camara
Helder Camara nasce a Fortaleza nel Nordest del Brasile il 7 febbraio 1909. Ordinato sacerdote nel 1931 si formò alla vita pastorale con i giovani studenti di Rio de Janeiro, con i quali lavorò a stretto contatto, ma soprattutto con il mondo delle favelas locali. Per l'Anno Santo 1950 il Card. De Barros lo nominò promotore del Giubileo per tutto il Brasile. Memorabile fu il viaggio a Roma che organizzò, in quello stesso anno, con un bastimento per il trasporto delle truppe, ottenuto dal governo, dove trovarono posto 1350 persone di ogni ceto sociale, ed anche un gruppo di prostitute.
Rientrato in Brasile ottenne l'incarico dalla Santa Sede di istituire la Conferenza Episcopale Brasiliana ed in seguito, visti gli ottimi risultati, anche la Conferenza Episcopale Latinoamericana (CELAM).

Nel 1955 fu tra i massimi promotori del 36° Congresso Eucaristico Internazionale che si celebrò a Rio. Uno dei frutti più significativi di questo sforzo fu la costituzione, a fine Congresso, della Crociata di san Sebastiano per lavorare a fianco del popolo delle favelas. Iniziò donando ai senza tetto tutto il legname che era servito per la realizzazione del Congresso, ma l'obiettivo principale era quello di sensibilizzare l'opinione pubblica. Con l'appoggio del governo si arrivò persino a costruire dei veri e propri stabili, muniti dei servizi minimi indispensabili. Non contento, dom Helder fondò il "Banco da Providencia", per prestiti alle persone in difficoltà, e i cui utili servirono a sostenere servizi di vario genere: sanità, ambiente, istruzione, trasporti, orientamento professionale, assistenza giuridica, disoccupazione (1.500 posti di lavoro nel 1963).
La presenza di dom Helder al Concilio Vaticano II fu tra le più operose. Fu uno dei promotori del gruppo della "Chiesa dei poveri", una cinquantina di vescovi dei cinque continenti che nell'ambito del Concilio si riunivano per riflettere sul rapporto tra Cristo e i poveri e la necessità per la Chiesa di conformarsi al Cristo povero, liberandosi da ogni compromesso terreno.
Il 12 aprile 1964, Paolo VI lo nominava vescovo di Olinda e Recife, nel Nordest del Brasile. Tornato da Roma, perciò, si immerse profondamente nel lavoro pastorale della sua poverissima diocesi, senza per questo trascurare le relazioni con il resto della Chiesa e del mondo, che visitò con continui viaggi.
Nel campo della riflessione teologica, pur non essendo teologo in senso stretto, fu tra i promotori e maggiori sostenitori di quella che sarà poi detta "Teologia della Liberazione" e delle Comunità Ecclesiali di Base. Prese parte alla fondazione del SUDENE (Sovrintendenza per lo Sviluppo del NORDEST) e del MEB (Movimento per l'Educazione di Base).
Di fronte alla dittatura che salì al potere con un colpo di stato pochi giorni prima della sua nomina, il 1° aprile del 1964, ebbe sempre un atteggiamento di ferma denuncia, soprattutto verso la pratica della tortura, delle sparizioni e degli omicidi politici, tanto in patria quanto nei paesi visitati. Si attirò così l'inimicizia di molti ed una serie di minacce di morte. Il suo dito fu puntato principalmente contro ogni sistema economico che degrada la dignità delle persone, negando loro le pur minime necessità per la sopravvivenza. Concretamente, in Brasile denunciò il sistema capitalista e la politica economica delle grandi multinazionali.
Diverse furono le battaglie a questo proposito, dentro e fuori i confini nazionali, che gli procurarono una serie di incomprensioni all'interno della stessa Chiesa. Sebbene la fedeltà e l'amore mostrato costantemente nei confronti dei papi, fu corrisposto dalla fiducia e dal sostegno di questi, specialmente da Paolo VI, sebbene gli ultimi anni furono comunque segnati da una sorta di censura nei suoi confronti.
Ricordare dom Helder significava e significa ricordare un Concilio incompiuto, il debito mai estinto verso i poveri, tanti ideali traditi, e quel confronto radicale con il Cristo povero e crocifisso, che, al di là dei discorsi ufficiali, nessuno dei grandi e dei capi religiosi vuole affrontare fino in fondo. Stare dalla parte di dom Helder significava entrare nelle radici stesse della povertà, che si possono bene individuare e denunciare, e magari lo si fa nei testi ufficiali, ma che poi non sono perseguite, perché sono le radici stesse del prestigio dei potenti. Dom Helder ebbe a dire a questo proposito: «quando davo da mangiare ai poveri dicevano che ero un santo, da quando ho iniziato a chiedermi: "perché ci sono i poveri?" mi han dato del comunista».
Se n'è andato nel sonno, in punta di piedi, all'alba del 28 agosto 1999, a 90 anni, nella sua casa di Olinda, con lo stesso silenzio che negli ultimi anni era caduto su di lui. Il "Vescovo dei poveri", che mai accettò di essere chiamato Eccellenza o "Dom", come titolo simbolo di nobiltà, è stato veramente un dono di Dio per l'umanità di questo secolo.
A quanti incontrava non si stancava di ripetere il suo: "Per un 2000 senza miseria". E quando gli chiedevano in che modo, rispondeva: "Favorendo una cultura dell'austerità e della solidarietà".
Pubblicazioni:

Mille ragioni per vivere
Camara Helder ; Cittadella -1991

Il vangelo con don Helder
Camara Helder ; Cittadella -1988

Interrogativi per vivere
Camara Helder ; Cittadella -1985

Parole ai giovani
Camara Helder ; Queriniana -1985

La Madonna sul mio cammino
Camara Helder ; Queriniana 1985

Il deserto è fecondo
Camara Helder ; Cittadella -1982

Spirale di violenza
Camara Helder ; Massimo -1977

Violenza dei pacifici
Camara Helder ; Massimo -1977

Fame e sete di pace con giustizia
Camara Helder ; Massimo -1974

Tomás Balduino
Dom Tomás Balduino, 77 anni, emerito vescovo della diocesi di Goias, Brasile, è uno degli esponenti di punta della chiesa brasiliana che hanno dato vita al Consiglio indigenista missionario (1972) e che si batte a fianco agli indios, e di tutta quella massa di persone detto il «popolo senza terra».
È il fondatore e tuttora presidente, rieletto l'anno scorso rimarrà in carica ancora due anni, della Commissione Pastorale della Terra (CPT), un organismo nato nel 1975 per tutti coloro che sono impegnati nella lotta per la terra. È inoltre il responsabile delle zone rurali e agresti della Conferenza Episcopale Brasiliana (CEB)
Balduino è il «Vescovo» per eccellenza dei «senza terra» di quel popolo che vive non solo al margine della società, ma anche di quelle terre che sono possesso del latifondo: il suo terreno sono le strade pubbliche. Segue questa gente spiritualmente e materialmente, e lotta perché ai contadini sia data la loro giusta terra. Balduino ha coinvolto in questa attività molta gente, e ha per collaboratori preti, religiosi, laici che organizzano corsi di tecniche agricole per i piccoli proprietari, e sostengono le occupazioni della terra fornendo viveri, e altro materiale. Infine difendono i contadini nei loro diritti e nelle rivendicazioni legali. Ma soprattutto Balduino sia con l'esempio che con la parola è riferimento spirituale e religioso. La sua figura è famosa nel mondo che ricerca giustizia, solidarietà, fratellanza.

Pedro Casaldáliga
Pedro Casaldaliga, missionario clarettiano, è attualmente Vescovo di Sao Felix do Araguaia nel Mato Grosso, una terra abitata da indigeni, e solo successivamente raggiunta dai contadini del nord-est del Brasile in cerca di spazi da coltivare, e poi anche dai latifondisti.
Dom Pedro Casaldáliga Pla nasce nel 1928 in Catalogna, Spagna. Spagnolo di nascita, brasiliano di adozione, latinoamericano di onore, Pedro Casaldaliga è una delle personalità più rappresentative della Chiesa dei Poveri in Brasile, in America Latina e nel mondo. Da trent'anni vive e lavora nell'Amazzonia Brasiliana.
È uno dei fondatori del Consiglio Indigenista Missionario (CIMI) e della Commissione Pastorale della Terra (CPT) della Chiesa brasiliana. Pastore della chiesa particolarmente impegnato nella spiritualità della liberazione, nella causa indigena, nella problematica della terra e nella solidarietà, è uno strenuo difensore dei poveri, denunciatore delle ingiustizie e accusatore degli oppressori, e per questo spesso è oggetto di calunnie, di offese e di persecuzioni non solo delle autorità civili, ma anche religiose.
Per ben cinque volte la dittatura militare cerca di espellerlo dal paese, e la sua Prelatura è per quattro volte obiettivo di operazioni militari che attentavano alla sua vita.

Se la sua posizione in un certo modo lo salvaguardia da molteplici pericoli, il suo entourage è sotto diretto tiro. Nel 1977 viene assassinato, con una fucilata, P. Juan Bosco Penido Burnier, mentre a fianco di Casaldaliga, protestava contro le torture che la polizia pratica sulle donne arrestate. Molti suoi sacerdoti sono arrestati ed uno di loro, Francisco Jentel, è condannato a dieci anni di prigione ed espulso dal paese. L'archivio della Prelatura è saccheggiato ed il suo bollettino è edito falsamente per incriminare il Vescovo. Purtroppo spesso non è appoggiato dalla chiesa, che dai settori più conservatori tendono a emarginarlo. Ma Dom Casaldaliga lotta ostinatamente e tenacemente contro ogni forma di ingiustizia e di oppressione, contro ogni forma di potere che non tiene conto della dignità, della libertà, del valore umano.
È poeta e scrittore, co-autore, tra l'altro, della «Missa dos Quilombos» (la messa afro-brasiliana). Lucido nelle analisi, appassionato del "Regno", comunicativo e fraterno con la gente, è impegnato nella vita quotidiana della comunità, nel rapporto affettuoso con i "compagni martiri", nel rischioso compromesso che sollevano le sue decisioni per la giustizia.
Pubblicazioni:

Spiritualità della liberazione
Casaldaliga Pedro; Vigil José M. ; Cittadella -1995

In cerca di giustizia e libertà. Antologia di scritti
Casaldaliga Pedro ; EMI -1990

Il volo del Quetzal
Casaldaliga Pedro ; La Piccola -1989

Fuoco e cenere al vento. Antologia spirituale
Casaldaliga Pedro ; Cittadella -1985

Nella fedeltà ribelle
Casaldaliga Pedro ; Cittadella -1985

La morte che dà senso al mio credo
Casaldaliga Pedro ; Cittadella -1979