RIGOBERTA
MENCHÙ TUM
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Rigoberta
Menchù, Premio Nobel per la Pace 1992, è nata nel
1952 in Guatemala, in un' aldea (villaggio) di nome Chimel, nel
municipio di S.Miguel de Uspatan nella regione del Quichè.
La sua grande attività in favore del popolo Guatemalteco
ha inizio quando suo padre Vincente, insieme al figlio e ad altri
compagni, occupano pacificamente l' ambasciata di Spagna a Città
del Guatemala per richiamare l'attenzione internazionale sull'
arbitraria espropriazione delle terre ai contadini e sull'
oppressione che il Governo esercitava sulla popolazione indigena.
Nell'assalto che ne seguì, da parte delle truppe militari
guatemalteche, Vincente muore nel tragico incendio dell'
ambasciata che ne seguì. Era il 31 gennaio 1980. Nella
durissima repressione degli anni successivi, riesce a sfuggire
alle persecuzioni dei militari, nascondendosi anche sotto falso
nome. Nonostante la perdita di tanti membri della sua famiglia e
di tanti altri conoscenti della sua etnia, continua la sua lotta
e la sua protesta, perché come lei stessa dirà:
"nella mia vicenda personale è racchiusa la
condizione di tutto un popolo". Instancabile percorre le
strade della terra perché il suo paese come tutti quelli
che hanno simili conflitti possano giungere a una pacificazione e
a una vera giustizia. Per questi motivi le viene riconosciuto il
Nobel per la pace, come meritato premio per la sua opera di pace
che dal piccolo Guatemala si era estesa a tanti altri popoli in
lotta. Già nel 1982 la sua storia e la sua
testimonianza erano state raccolte da una sociologa, Elisabeth
Burgos, nel libro: "Mi chiamo Rigoberta Menchu", che
edito nel 1983 ebbe subito un successo internazionale. Le parole
della giovane contadina Guatemalteca diverranno la storia della
sua vita e del suo popolo, perché a storia della sua vita
è stata anche la storia di un popolo, quello indigeno del
Guatemala, ingiustamente calpestato.
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Pubblicazioni:
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La
bambina di Chimel Menchù Rigoberta; Liano Dante ;
Sperling & Kupfer -2000
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Rigoberta,
i maya e il mondo Menchù Rigoberta ; Giunti
(Gruppo Editoriale) -1997
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Mi
chiamo Rigoberta Menchù Burgos Elisabeth ; Giunti
(Gruppo Editoriale)
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Juan
Gerardi
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I
nonni di Gerardi erano italiani, «venduti» nel 1871
dal capitano della nave al dittatore del Guatemala J.R.Barrios, e
dovettero fare i contadini per vivere. Juan nacque a Città
del Guatemala il 27 dicembre 1922, entrando a far parte di quella
popolazione Guatemalteca che non ha mai smesso di soffrire per le
ingiustizie di coloro che si ritengono i forti. Ordinato
sacerdote svolse con diligenza la sua missione di uomo di Dio in
mezzo ai più poveri e deboli. Così fu consacrato
vescovo di Cobàn (Altaverapaz-Guatemala) nel 1967, nel
1974 lo troviamo pastore della etnia maya Quiché, in S.
Cruz. La sua protesta all'oppessione messa in atto dal Governo
Guatemalteco è forte e dura: «Il continente
Latinoamericamo è il continente della speranza, è
il continente dove vive il maggior numero di cattolici, è
il continente che ha moltissime cose buone, ma è anche,
senza dubbio, il continente dell'ingiustizia, della oppressione,
della dominazione… L'Americalatina è un continente
di ingiustizia perché la povertà non è una
povertà voluta da Dio; non è la povertà di
cui parla Gesù: "i poveri li avrete sempre con voi",
perché la povertà di cui la gente soffre è
una povertà voluta e indotta, frutto dell'ingiustizia. È
una povertà effetto della impunità e della
corruzione». Il Governo lo ripaga coll'esilio, per due
anni dal 1980 all'82 è costretto a vivere nei paesi
limitrofi.
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L'8
maggio 1990 quando, l'Arcivescovo di Guatemala, Mons. P. Penados
del Barrios decise di istituire un «Ufficio di Servizio
Sociale dell'Arcidiocesi del Guatemala» (OSSAG), con lo
scopo di difendere e promuovere i diritti umani, avviare lo
sviluppo sia economico che sociale dei centri più poveri,
assistere i profughi e i perseguitati a causa della guerra civile
che imperversava da alcuni decenni. Infatti per l'uccisione di
sacerdoti, studenti, cittadini, catechisti, politici, e uomini e
donne in genere, da parte dell'esercito e delle forze
paramilitari colluse con i capi più alti dello Stato, la
Chiesa era divenuta punto di riferimento in difesa delle vittime
e voce della giustizia. A capo di tale Istituzione, in qualità
di Coordinatore Generale, fu nominato J. Gerardi. Sotto la sua
guida fu deciso di rendere pubblici i nomi delle vittime e con
esse le violazioni di ogni giustizia da parte dei capi politici e
militari, di denunciare tutti coloro che avevano abusato della
loro posizione politica per operare impunemente come criminali, e
infine di rivelare tutte le azioni delittuose. Più di 700
volontari, per lo più contadini e indigeni, raccolsero in
tutto il paese migliaia di testimonianze sui fatti di violenza, i
nomi delle vittime e dei carnefici. Questo perché
l'accordo stipulato tra Governo e Guerriglia nel 1994 per una
ridefinizione globale dei diritti umani non fu rispettato.
Tuttavia la costituita Commissione per il chiarimento delle
violazioni dei diritti, dietro la spinta di Gerardi, prese a
lavorare, con la presentazione il 24 aprile 1995 di un progetto
interdiocesano chiamato «Recupero della memoria storica»
(REMHI). La Commissione andò avanti anche dopo la
ratificata firma di pace tra Governo e guerriglia in data 29
dicembre 1996, perché una pace vera fosse stabilita. Così
dopo tre anni di intense e circostanziate ricerche, furono
ascoltati 6.500 testimoni che parlarono di 55.000 vittime, con
nomi e cognomi dei loro aguzzini, il 24 aprile 1998 Mons. Gerardi
presentava nella Cattedrale di Città del Guatemala il
rapporto finale di quello scritto che va col nome: Guatemala
nunca màs. La domenica del 26 aprile 1998, alle ore
dieci della sera, Mons. Gerardi veniva ucciso a colpi di pietra
nel garage della sua abitazione. «Colpirono il suo cervello
e il suo volto: come volessero uccidere la sua intelligenza, le
sue idee, le sue visioni…Gli distrussero la faccia, le
narici, la bocca con la quale annunciò per tanti anni la
parola di Dio, la pace e la riconciliazione». Nonostante
l'impegno dell'ONU per fare chiarezza sull'omicidio, all'oggi
ancora nulla di certo è stato rivelato.
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Oscar
Arnulfo Romero
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Oscar
aprì gli occhi alla luce di questo mondo il 15 agosto 1917
a Ciudad Barrios, nel Salvador, in una famiglia di semplici
persone. Il padre era impiegato presso il locale ufficio postale.
Ancora giovinetto assistendo a una ordinazione sacerdotale sentì
il desiderio di essere anche lui un servo di Dio. Entrò
nel seminario locale di S.Miguel e nel 1937 fu inviato a Roma per
terminare gli studi sacerdotali presso l'Università
Gregoriana. Venne infatti ordinato sacerdote proprio a Roma il 4
aprile 1942, in piena guerra mondiale, che fu poi la causa del
suo frettoloso rientro in Salvador senza poter terminare il
dottorato. Dopo più di venti anni di apostolato
parrocchiale il 25 aprile 1970 fu consacrato vescovo ausiliare di
San Salvador. La formazione tradizionalista di Romero e il suo
carattere timido e chiuso gli crearono molte difficoltà in
quei primi anni di incarico episcopale: le novità del
Concilio Vaticano II e la scelta radicale per i poveri fatta
dalla chiesa latino-americana a Medellin lo travolsero con la
loro forza evangelizzatrice. Ebbe difficoltà ad entrarvi
mentalmente, e per questo, quando il 15 ottobre 1974 fu nominato
vescovo della diocesi di Santiago de Maria, la sua azione
pastorale all'inizio fu dimessa, timorosa e molto prudente.
Intanto il Salvador si andava sempre più infiammando
di contrasti e di quella querra civile che lo devastò per
molti anni. Oltre alle ingiustizie economiche e sociali, il
popolo salvadoregno dovette soffrire per la violenza delle armi,
dell'odio, delle divisioni. Il Governo e i militari ritennero
sovversive le nuove esperienze promosse dalla chiesa in sintonia
con Medéllin, per cui anche molti religiosi e semplici
fedeli cominciarono a cadere sotto i colpi dei militari.
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Un
episodio clamoroso fu, nel giugno 1975, il massacro di decine di
contadini che tornavano da una liturgia. Romero tenne una
posizione prudente, perché essendo amico del Presidente
A.A. Molina, non pensava che dietro a tutto ciò vi fosse
anche il Governo. Ma intanto la voce di Dio cominciò a
parlargli da quei poveri morti. Alla Capitale, S.Salvador,
l'Arcivescovo Chevez e l'ausiliare Rivera subivano una campagna
diffamatoria, e molti sacerdoti furono imprigionati e esiliati,
con l'accusa di comunismo. Così quando Chevez lasciò
l'incarico di Arcivescovo, tutti pensavano che il Vaticano
avrebbe nominato successore Rivera, ma il secolare non volersi
compromettere del Vaticano diresse la scelta su Romero. Il 22
febbraio 1977 Romero iniziava il suo mandato come Arcivescovo di
S.Salvador. Pensando di avere in Romero una persona manovrabile i
capi decisero di eliminare un sacerdote molto attivo: il 12 marzo
1977 fu ucciso P. Rutilio Grande. L'episodio cambiò
radicalmente il cuore di Romero. Da quel momento divenne un
implacabile protettore della dignità dei suoi fedeli: la
sua voce, «voce di coloro che non potevano reclamare
diritti e giustizia», cominciò a tuonare imparziale
contro ogni violenza, contro ogni ingiustizia, contro ogni
oppressione. Le sue accuse furono sempre più chiare ed
esplicite nei confronti di coloro che opprimevano i poveri,
derubavano i lavoratori, uccidevano per sete di potere e di
denaro. L'odio verso il Vescovo divenne viscerale tra i settori
politici e militari. Cominciarono ad essere eliminati i
collaboratori più diretti: sei sacerdoti vennero uccisi in
pochi mesi, preludio al sacrificio del loro Pastore. Gli
attentati alla sua vita, insieme a continue minacce, iniziarono a
susseguirsi. Nell'omelia della domenica del 23 marzo 1980, Romero
ordinò in nome di Dio che cessasse la repressione,
condannando così indirettamente i capi politici. Fu invece
la sua condanna: il giorno dopo, 24 marzo 1980, verso le 18:30,
mentre si apprestava a dare la benedizione di fine messa, fu
ucciso nella cappella dell'ospedale. Il suo popolo, che ebbe in
lui uno strenuo difensore, lo venera come martire, primo martire
di una schiera di martiri che hanno testimoniato col sangue la
loro fedeltà a Dio e agli uomini nel territorio
salvadoregno.
Pubblicazioni:
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Dio
ha la sua ora Romero Oscar A. ; Borla -1994
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Diario
(1978-1980) Romero Oscar A. ; La Meridiana (Molfetta)
-1995
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Samuel
Ruiz Garcia
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Don
Samuel, o Tatic (=papà), come lo chiamano gli indigeni
chiapanechi, nacque a Irupuato, nello Stato messicano di
Guanajuato, il 3 novembre 1924. Da piccolo entrò nel
seminario di Leòn, finché, nel 1947, fu inviato a
terminare gli studi teologici a Roma, presso l'Università
Gregoriana. Il 2 aprile 1949 fu ordinato sacerdote, ma rimase a
Roma fino al 1952, specializzandosi in Sacra Scrittura, quindi
fece ritorno in Messico come insegnante e rettore del seminario
di Leòn. Le sue doti umane dovevano essere ben visibili,
perché Papa Giovanni XXIII, a soli 35 anni, lo nominò
vescovo del Chiapas e il 25 gennaio 1960 fu consacrato vescovo
nella cattedrale di S.Cristòbal de las Casas. La prima
cosa che colpì Ruiz fu lo stato di povertà, di
emarginazione, di abbandono umano della popolazione indigena: fu
come trovarsi in pieno medioevo. I pochi latifondisti e i pochi
ricchi di quella vasta zona, si comportavano come fossero i
padroni non solo delle terre, ma anche delle persone, in
particolare degli indios, che non avevano neppure coscienza della
loro dignità umana, dominati com'erano dal potere dei
«signori». L'opera pastorale di Ruiz ebbe come primo
scopo quello di emancipare la popolazione indigena, di darle
dignità e valore umano per lo meno all'interno della
chiesa. In tal senso orientò la struttura ecclesiale,
secondo le direttive del Concilio vaticano II, al quale
partecipava, e di Medellin. Gli indios ebbero spazio e compiti
all'interno della diocesi di S.Cristobal, ebbero educazione e
formazione cristiana e sociale, cominciarono ad essere sacerdoti,
diaconi, catechisti. Durante la liturgia in chiesa non occuparono
più gli ultimi posti, quelli degli schiavi, ma quelli che
il loro incarico ecclesiale competeva. In pochi decenni Ruiz
portò i suoi fedeli, il suo gregge, da una massa anonima a
una comunità consapevole del proprio ruolo attivo nella
testimonianza di fede: da "oggetti" passivi di
indottrinamento fedeistico, passarono a "soggetti"
coscienti della propria fede. Non era forse nella sede di
Bartolomeo de las Casas, primo difensore degli indios, e non ne
doveva forse seguire le orme?
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Il
cambiamento troppo grande non passò inosservato, e si
attirò le ire non solo dei politici del luogo, ma anche di
quelli del Governo centrale, infatti la rivoluzione portata in
seno alla chiesa, non poteva non avere ripercussioni sociali e
politiche, e non solo messicane bensì per tutta l'America
Latina che viveva gli stessi problemi. Da qui gli attacchi
continui per decenni contro questo Vescovo «comunista».
Anche il Vaticano tentò di arginare questa profetica
innovazione ecclesiastica, mettendogli a fianco un giovane
vescovo che ridimensionasse le sue aperture ecclesiali. Il 4
novembre 1995, P. Raul Vera Lopez, domenicano, fu nominato
Coadiutore con diritto di successione in quella sede Vescovile.
Ma dopo aver visto la situazione, la sempre più crescente
violenza militare e paramilitare contro quelle povere
popolazioni, e infine aver vissuto la strage (45 morti) dentro la
chiesa di Acteal, il 22 dicembre 1997, il nuovo Vescovo non potè
non sposare la causa di Ruiz. Così ora ben due vescovi si
prodigavano perché la comunità ecclesiale di
S.Cristòbal diventasse sempre più adulta nella fede
e sempre più consapevole del ruolo profetico che,
all'interno di tutta la chiesa cattolica, avrebbe esercitato come
modello di vita cristiana. Ma non sempre le vie del Vaticano
sono le vie di Dio, per questo negli ultimi giorni del millennio,
nel dicembre 1999, essi furono sostituiti, ma la loro opera
rimane in una comunità ecclesiale di rara spiritualità,
di grande partecipazione, di grande fervore missionario. Per gli
indigeni Ruiz rimane il loro Tatic, il padre che li ha generati
nel diritto e nella dignità, portandoli ad essere e a
sentirsi anch'essi parte dell'umanità tutta.
Pubblicazioni:
Giustizia
e pace si baceranno Ruiz Samuel ; Lavoro -1997
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Frei
Betto
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Carlo
Alberto Libanio Christo, conosciuto da tutti come Frei Betto
(diminutivo di Alberto), nasce a Belo Horizonte, in Brasile,nel
1944. Ancora giovane studente delle scuole superiori, è
subito uno dei leader del movimento studentesco in aperte
proteste per la giustizia sociale. Milita nelle file della
Gioventu' Studentesca Cattolica, della quale diventa un dirigente
nazionale. Pochi mesi dopo il colpo di stato in Brasile, nel
1965 entra nell'ordine Domenicano mentre nella chiesa brasiliana,
schierata con i diseredati, si diffonde la teologia della
liberazione e l'idea che in una realtà segnata dalla
miseria e dall'ingiustizia, l'insegnamento religioso non può
che essere legato all'impegno sociale. Frei Betto, con altri
confratelli domenicani, non solo si oppone alla dittatura
militare, ma avvia una riflessione su tale e tali situazioni che
pervadono tutta l'America. Arrestato nel 1969 per attività
giudicata sovversiva dal Governo brasiliano viene incarcerato
insieme ad altri frati Domenicani per la loro resistenza e
avversità al regime militare brasiliano. Rimane in carcere
per quattro anni. Frei Betto riprese poi il suo posto - come
cattolico, teologo (della liberazione), scrittore, uomo e prete
sempre al fianco dei più deboli e degli esclusi. E'
vissuto nelle favelas tra gli operai della perifaria industriale
di San Paolo ed accanto ai ragazzi di strada. Ha creato e segue
una comunità di base. Oltre a mantenere sempre viva la sua
attività di scrittore e giornalista. E' considerato
oggi una delle personalità di primo piano della Chiesa
latino-americana e della teologia della liberazione, ma
soprattutto è conosciuto e apprezzato per il suo continuo
impegno nella proclamazione dei diritti umani contro tutte quelle
forze che sempre vorrebbero mettere a tacere il valore di ogni
uomo e della sua dignità.
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Helder
Camara
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Helder
Camara nasce a Fortaleza nel Nordest del Brasile il 7 febbraio
1909. Ordinato sacerdote nel 1931 si formò alla vita
pastorale con i giovani studenti di Rio de Janeiro, con i quali
lavorò a stretto contatto, ma soprattutto con il mondo
delle favelas locali. Per l'Anno Santo 1950 il Card. De Barros lo
nominò promotore del Giubileo per tutto il Brasile.
Memorabile fu il viaggio a Roma che organizzò, in quello
stesso anno, con un bastimento per il trasporto delle truppe,
ottenuto dal governo, dove trovarono posto 1350 persone di ogni
ceto sociale, ed anche un gruppo di prostitute. Rientrato in
Brasile ottenne l'incarico dalla Santa Sede di istituire la
Conferenza Episcopale Brasiliana ed in seguito, visti gli ottimi
risultati, anche la Conferenza Episcopale Latinoamericana
(CELAM).
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Nel
1955 fu tra i massimi promotori del 36° Congresso Eucaristico
Internazionale che si celebrò a Rio. Uno dei frutti più
significativi di questo sforzo fu la costituzione, a fine
Congresso, della Crociata di san Sebastiano per lavorare a fianco
del popolo delle favelas. Iniziò donando ai senza tetto
tutto il legname che era servito per la realizzazione del
Congresso, ma l'obiettivo principale era quello di sensibilizzare
l'opinione pubblica. Con l'appoggio del governo si arrivò
persino a costruire dei veri e propri stabili, muniti dei servizi
minimi indispensabili. Non contento, dom Helder fondò il
"Banco da Providencia", per prestiti alle persone in
difficoltà, e i cui utili servirono a sostenere servizi di
vario genere: sanità, ambiente, istruzione, trasporti,
orientamento professionale, assistenza giuridica, disoccupazione
(1.500 posti di lavoro nel 1963). La presenza di dom Helder al
Concilio Vaticano II fu tra le più operose. Fu uno dei
promotori del gruppo della "Chiesa dei poveri", una
cinquantina di vescovi dei cinque continenti che nell'ambito del
Concilio si riunivano per riflettere sul rapporto tra Cristo e i
poveri e la necessità per la Chiesa di conformarsi al
Cristo povero, liberandosi da ogni compromesso terreno. Il 12
aprile 1964, Paolo VI lo nominava vescovo di Olinda e Recife, nel
Nordest del Brasile. Tornato da Roma, perciò, si immerse
profondamente nel lavoro pastorale della sua poverissima diocesi,
senza per questo trascurare le relazioni con il resto della
Chiesa e del mondo, che visitò con continui viaggi. Nel
campo della riflessione teologica, pur non essendo teologo in
senso stretto, fu tra i promotori e maggiori sostenitori di
quella che sarà poi detta "Teologia della
Liberazione" e delle Comunità Ecclesiali di Base.
Prese parte alla fondazione del SUDENE (Sovrintendenza per lo
Sviluppo del NORDEST) e del MEB (Movimento per l'Educazione di
Base). Di fronte alla dittatura che salì al potere con
un colpo di stato pochi giorni prima della sua nomina, il 1°
aprile del 1964, ebbe sempre un atteggiamento di ferma denuncia,
soprattutto verso la pratica della tortura, delle sparizioni e
degli omicidi politici, tanto in patria quanto nei paesi
visitati. Si attirò così l'inimicizia di molti ed
una serie di minacce di morte. Il suo dito fu puntato
principalmente contro ogni sistema economico che degrada la
dignità delle persone, negando loro le pur minime
necessità per la sopravvivenza. Concretamente, in Brasile
denunciò il sistema capitalista e la politica economica
delle grandi multinazionali. Diverse furono le battaglie a
questo proposito, dentro e fuori i confini nazionali, che gli
procurarono una serie di incomprensioni all'interno della stessa
Chiesa. Sebbene la fedeltà e l'amore mostrato
costantemente nei confronti dei papi, fu corrisposto dalla
fiducia e dal sostegno di questi, specialmente da Paolo VI,
sebbene gli ultimi anni furono comunque segnati da una sorta di
censura nei suoi confronti. Ricordare dom Helder significava e
significa ricordare un Concilio incompiuto, il debito mai estinto
verso i poveri, tanti ideali traditi, e quel confronto radicale
con il Cristo povero e crocifisso, che, al di là dei
discorsi ufficiali, nessuno dei grandi e dei capi religiosi vuole
affrontare fino in fondo. Stare dalla parte di dom Helder
significava entrare nelle radici stesse della povertà, che
si possono bene individuare e denunciare, e magari lo si fa nei
testi ufficiali, ma che poi non sono perseguite, perché
sono le radici stesse del prestigio dei potenti. Dom Helder ebbe
a dire a questo proposito: «quando davo da mangiare ai
poveri dicevano che ero un santo, da quando ho iniziato a
chiedermi: "perché ci sono i poveri?" mi han
dato del comunista». Se n'è andato nel sonno, in
punta di piedi, all'alba del 28 agosto 1999, a 90 anni, nella sua
casa di Olinda, con lo stesso silenzio che negli ultimi anni era
caduto su di lui. Il "Vescovo dei poveri", che mai
accettò di essere chiamato Eccellenza o "Dom",
come titolo simbolo di nobiltà, è stato veramente
un dono di Dio per l'umanità di questo secolo. A quanti
incontrava non si stancava di ripetere il suo: "Per un 2000
senza miseria". E quando gli chiedevano in che modo,
rispondeva: "Favorendo una cultura dell'austerità e
della solidarietà".
Pubblicazioni:
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Mille
ragioni per vivere Camara Helder ; Cittadella -1991
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Il
vangelo con don Helder Camara Helder ; Cittadella -1988
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Interrogativi
per vivere Camara Helder ; Cittadella -1985
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Parole
ai giovani Camara Helder ; Queriniana -1985
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La
Madonna sul mio cammino Camara Helder ; Queriniana 1985
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Il
deserto è fecondo Camara Helder ; Cittadella -1982
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Spirale
di violenza Camara Helder ; Massimo -1977
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Violenza
dei pacifici Camara Helder ; Massimo -1977
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Fame
e sete di pace con giustizia Camara Helder ; Massimo
-1974
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Tomás
Balduino
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Dom
Tomás Balduino, 77 anni, emerito vescovo della diocesi di
Goias, Brasile, è uno degli esponenti di punta della
chiesa brasiliana che hanno dato vita al Consiglio indigenista
missionario (1972) e che si batte a fianco agli indios, e di
tutta quella massa di persone detto il «popolo senza
terra». È il fondatore e tuttora presidente,
rieletto l'anno scorso rimarrà in carica ancora due anni,
della Commissione Pastorale della Terra (CPT), un organismo nato
nel 1975 per tutti coloro che sono impegnati nella lotta per la
terra. È inoltre il responsabile delle zone rurali e
agresti della Conferenza Episcopale Brasiliana (CEB) Balduino
è il «Vescovo» per eccellenza dei «senza
terra» di quel popolo che vive non solo al margine della
società, ma anche di quelle terre che sono possesso del
latifondo: il suo terreno sono le strade pubbliche. Segue questa
gente spiritualmente e materialmente, e lotta perché ai
contadini sia data la loro giusta terra. Balduino ha coinvolto in
questa attività molta gente, e ha per collaboratori preti,
religiosi, laici che organizzano corsi di tecniche agricole per i
piccoli proprietari, e sostengono le occupazioni della terra
fornendo viveri, e altro materiale. Infine difendono i contadini
nei loro diritti e nelle rivendicazioni legali. Ma soprattutto
Balduino sia con l'esempio che con la parola è riferimento
spirituale e religioso. La sua figura è famosa nel mondo
che ricerca giustizia, solidarietà, fratellanza.
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Pedro
Casaldáliga
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Pedro
Casaldaliga, missionario clarettiano, è attualmente
Vescovo di Sao Felix do Araguaia nel Mato Grosso, una terra
abitata da indigeni, e solo successivamente raggiunta dai
contadini del nord-est del Brasile in cerca di spazi da
coltivare, e poi anche dai latifondisti. Dom Pedro
Casaldáliga Pla nasce nel 1928 in Catalogna, Spagna.
Spagnolo di nascita, brasiliano di adozione, latinoamericano di
onore, Pedro Casaldaliga è una delle personalità
più rappresentative della Chiesa dei Poveri in Brasile, in
America Latina e nel mondo. Da trent'anni vive e lavora
nell'Amazzonia Brasiliana. È uno dei fondatori del
Consiglio Indigenista Missionario (CIMI) e della Commissione
Pastorale della Terra (CPT) della Chiesa brasiliana. Pastore
della chiesa particolarmente impegnato nella spiritualità
della liberazione, nella causa indigena, nella problematica della
terra e nella solidarietà, è uno strenuo difensore
dei poveri, denunciatore delle ingiustizie e accusatore degli
oppressori, e per questo spesso è oggetto di calunnie, di
offese e di persecuzioni non solo delle autorità civili,
ma anche religiose. Per ben cinque volte la dittatura militare
cerca di espellerlo dal paese, e la sua Prelatura è per
quattro volte obiettivo di operazioni militari che attentavano
alla sua vita.
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Se
la sua posizione in un certo modo lo salvaguardia da molteplici
pericoli, il suo entourage è sotto diretto tiro. Nel 1977
viene assassinato, con una fucilata, P. Juan Bosco Penido
Burnier, mentre a fianco di Casaldaliga, protestava contro le
torture che la polizia pratica sulle donne arrestate. Molti suoi
sacerdoti sono arrestati ed uno di loro, Francisco Jentel, è
condannato a dieci anni di prigione ed espulso dal paese.
L'archivio della Prelatura è saccheggiato ed il suo
bollettino è edito falsamente per incriminare il Vescovo.
Purtroppo spesso non è appoggiato dalla chiesa, che dai
settori più conservatori tendono a emarginarlo. Ma Dom
Casaldaliga lotta ostinatamente e tenacemente contro ogni forma
di ingiustizia e di oppressione, contro ogni forma di potere che
non tiene conto della dignità, della libertà, del
valore umano. È poeta e scrittore, co-autore, tra
l'altro, della «Missa dos Quilombos» (la messa
afro-brasiliana). Lucido nelle analisi, appassionato del "Regno",
comunicativo e fraterno con la gente, è impegnato nella
vita quotidiana della comunità, nel rapporto affettuoso
con i "compagni martiri", nel rischioso compromesso che
sollevano le sue decisioni per la giustizia.
Pubblicazioni:
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Spiritualità
della liberazione Casaldaliga Pedro; Vigil José M.
; Cittadella -1995
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In
cerca di giustizia e libertà. Antologia di scritti
Casaldaliga Pedro ; EMI -1990
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Il
volo del Quetzal Casaldaliga Pedro ; La Piccola -1989
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Fuoco
e cenere al vento. Antologia spirituale Casaldaliga Pedro
; Cittadella -1985
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Nella
fedeltà ribelle Casaldaliga Pedro ; Cittadella
-1985
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La
morte che dà senso al mio credo Casaldaliga Pedro
; Cittadella -1979
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